Il Coronavirus ha fatto emergere la nostra immensa fragilità che fa da drammatico contraltare a un mondo costruito sulla ferocia, sull’odio e intolleranza; un mondo di disastri di fronte al quale dovremmo piangere in solitudine lacrime calde. Ma in questo mondo c’è anche quello dell’arte.
È ciò che sostiene con accorata e lucida invettiva Francesco Correggia nel suo ultimo saggio pubblicato da Zone Studi di Cultura visuale.
Ai Bordi dell’arte. Naufragi, pandemia e trascendenza è un libro che si legge tutto di un fiato, in cui la verve filosofica di Correggia ci accompagna per le strade della nostra devastata contemporaneità, guardando al cuore delle cose. Come nel movie The Square di Ruben Ostlund – scrive l’autore -, ‘il grottesco dell’arte contemporanea appare in primo piano. La distanza fra la vita reale e il museo che segue una vita propria è messa in evidenza. La crudeltà appare da una coltre di perbenismo e investe lo spettatore che diventa vittima sacrificale di una celebrazione di un’arte che deve solo provocare, imporsi senza curarsi dell’altro’.
Dunque c’è da chiedersi cosa resta dell’arte in cui, secondo Mario Perniola, si è evidenziata una svolta fringe, dove tutto può divenire arte: compresa la gestione di un’azienda agricola.

Correggia sa che l’artista, per collocarsi nell’attuale sfera dell’arte, deve agire da una postazione di distacco che gli consenta di poterne osservare la fenomenologia, il rapporto che intercorre tra essa e la vita. Stare a distanza non vuol dire stare ai margini, piuttosto interrogarsi sugli esiti della nostra contemporaneità, sui suoi fallimenti e naufragi. Così l’autore passa in rassegna i punti nevralgici della nostra cultura utilizzando una sorta di doppia lente con cui li analizza criticamente. Come nel movie di Ostlund, Correggia mette in rilievo le numerose contraddizioni di un ‘sistema’ che nel suo apparente vitalismo, da tempo, mostra i chiari segni di una ipossia spirituale. L’opera nasce già come merce e si assiste al suo annientamento auratico nella grancassa delle fiere o aste televisive o nell’indistinto delle Rete, fautrice di facili illusioni, in cui la parola perde il suono originario trasformandosi in cicaleggio e turpiloquio. E quindi occorre un recupero, una nuova posizione in cui l’uomo etico, compreso l’artista, sia all’altezza della sfida del nostro tempo assumendo su di sé il compito di una pratica ‘interrogante’ che lo conduca a riconnettersi con l’essere. Al fine di far scaturire l’arte come ‘evento’ è necessario ristabilire la ‘connessione’ interrotta tra arte, profonda spiritualità e vita. “Il pittore è un filosofo più del filosofo stesso,” – scrive Correggia- “non perché egli si ritenga tale, ma perché nella sua opera c’è una dialettica inesauribile fra pensiero e visione, scrittura e pittura, apparizione e realtà…. Il pittore infine deve sostare nell’incomprensibile, nell’inascoltato per portare allo scoperto di nuovo il fondo, il nascosto e non solo ciò che è manifesto”.

Marcel Duchamp

Ma il recupero del senso più profondo -aggiungiamo noi- deve passare attraverso una nuova, radicale consapevolezza che presuppone un lungo sguardo sulla storia dell’uomo e la sua antropologia. Come sosteneva Emanuele Severino, scomparso a gennaio del 2020, “L’uomo attuale è un ‘uomo vecchio, ancora legato alla tradizione umanistica; o meglio: è il ‘residuo’ di quell’uomo”. E dunque per il filosofo bresciano siamo ad un punto di svolta, forse senza esserne veramente consapevoli. Il nostro è il tempo della supremazia della Tecnica e l’uomo etico, per volgere verso nuovi sviluppi, questo nuovo uomo, per essere all’altezza della sfida, dovrà assumere in pieno il flusso di questa nuova potenza senza opporsi ad essa, piuttosto, assecondarla. Si tratterà di conciliare il bisogno di trascendenza con l’immanenza della Tecnica? Secondo Correggia il ‘compito’ dell’artista non si esaurisce nella prassi del fare arte. Il pensiero che pensa il pensiero e l’azione creatrice devono procedere insieme, come hanno testimoniato numerosi artisti con i loro scritti. Basti pensare a personalità come quelle di Marcel Duchamp, Joseph Beuys, Sol Le Witt, Joseph Kosuth, Vito Acconci.

Joseph Beuys, I Like America and America Likes Me

“Per un artista, dunque,” – precisa l’autore – “scrivere diventa una necessità, un modo di opporsi al declino e alla sparizione dell’arte. L’atto di scrittura risponderebbe a una constatazione: l’assenza, oggi e non ieri, di qualsiasi fondamento di ciò che chiamiamo arte e in modo ancora più specifico opera d’arte.”
Nelle ultime pagine del saggio l’autore molto appropriatamente fa riferimento a Umberto Galimberti il quale, in particolar modo nel suo recentissimo libro dedicato a Martin Heidegger, (Heidegger e il nuovo inizio, Feltrinelli 2020) parla appunto di ‘nuovo inizio’. Per la filosofia, si tratterà – di fronte al tramonto dell’Occidente – di risalire al pensiero ‘aurorale’ per riportare alla luce la verità dell’essere. Da più parti, dunque, si levano le voci di una nuova annunciazione; ma non basta, come suggerisce Severino. Occorrerà, da un lato, non remare contro la impetuosa corrente della Tecnica per non esserne sopraffatti; dall’altro, recuperare l’ancestrale potenza dell’essere, la sua forza governatrice. Si tratta di ascoltare le voci che vengono da lontano, come chiarisce Galimberti stesso: “Se quest’ultimo (l’Occidente) non ha più nulla da dire perché è giunto all’esplicitazione totale, allora l’ascolto dei pensatori aurorali è il compito fondamentale che attende quanti hanno compreso che l’Occidente è arrivato alla fine. La loro parola è infatti all’inizio, e nasconde, ma in modo non inaccessibile, la verità che dovrà palesarsi a tramonto avvenuto, quella che, secondo Nietzsche, è la ‘filosofia del mattino’ (Philosophie des Vormittags)”.

L’articolo Ai bordi dell’arte, la scrittura. Per interrogare la contemporaneità proviene da exibart.com.