Come realizzare una mostra virtuale

Come realizzare una mostra virtuale

Tempo fa ho scoperto un’applicazione on line che merita assolutamente un’esplorazione approfondita. Si chiama ArtSteps e serve a realizzare in modo molto semplice una mostra virtuale.
Naturalmente esistono programmi di modellazione 3D molto più completi, ma chi non ha quelle competenze può ottenere con questo strumento un bel risultato e contribuire alla divulgazione culturale.
Ecco alcuni esempi presi dalla galleria del programma.

A chi può servire, dunque, ArtSteps? A un artista che vuole promuovere le sue opere, a un fotografo che vuole esibire i suoi scatti, a un insegnante che vuole valorizzare i lavori delle classi.

Io voglio provare a usarlo per creare una mostra impossibile, fatta di opere che mai potranno trovarsi nello stesso luogo. Tema della mostra? Beh, visto che sono fissata con i confronti tra opere simili e con i d’apres degli artisti del Novecento, proverei a mettere assieme i dipinti originali con le loro rivisitazioni. La mostra si potrebbe intitolare: D’apres, capolavori del passato rivisitati nel Novecento.

Prima di generare lo spazio espositivo voglio selezionare le opere da esporre. Non tantissime, per non affaticare il visitatore. Ecco le coppie . Guardandole capirete subito perché questa mostra sia impossibile…

Comincerei con un classico: Picasso e Las meninas di Velázquez. Di d’apres del celebre quadro seicentesco Pablo ne ha fatti ben 58 ma io ne sceglierò solo uno, quello che mi sembra più rappresentativo del suo linguaggio.

Anche Andy Warhol era un appassionato di d’apres. Ne ha dedicato una lunga serie alle opere del Rinascimento declinandole in chiave Pop. Io proverei a scegliere l’Annunciazione di Leonardo e il dettaglio ‘poppizzato’ da Andy.

Restando alla Pop Art non può mancare uno dei tanti d’apres di Roy Lichtenstein dedicato alle opere di Monet. Ecco, una bella cattedrale di Rouen.

Di tipo completamente diverso sono le reinterpretazioni di René Magritte. Non solo un cambio di linguaggio ma anche un cambio di significato. Quella che amo di più è la sua versione funebre della celebre Madame Récamier di Jacques-Louis David.

Per restare ai grandi del Surrealismo non può mancare Salvador Dalì e la sua apocalittica versione dell’Angelus di Millet creata nel 1935…

… e Joan Mirò con un’insospettabile rivisitazione dell’olandese seicentesco Hendrik Martensz Sorgh.

Penso di esporre anche l’intramontabile Notte Stellata di van Gogh assieme alla sua versione con accumulo di pennelli del francese Arman, realizzata nel 1994.

Tornerei di nuovo a Velázquez con il suo ritratto di papa Innocenzo X per presentare la sconvolgente versione di Francis Bacon del 1953.

E per sdrammatizzare il re dei remake: la Gioconda versione baffuta creata da Marcel Duchamp nel 1919 e intitolata L.H.O.O.Q. (titolo che in francese suona come “ella ha caldo al cu…”). Una volta messe accanto sulla stessa parete si scoprirà che la Monna Lisa di Duchamp è una cartolina, grande più o meno quanto un romanzo tascabile. Qui però vi mostro le opere con le stesse dimensioni.

Poi c’è Franz Marc che nel 1910 ha realizzato la sua versione espressionista della Lavandaia di Daumier.

Ecco, direi che queste dieci coppie di dipinti possano bastare per la mostra.
Adesso torniamo su ArtSteps. Dopo aver fatto il login si può passare alla fase operativa. La prima schermata che appare è questa, una base in prospettiva su cui edificare l’ambiente espositivo.

Nella colonna a sinistra compaiono alcune possibilità: creare il proprio spazio o usare quelli preconfezionati. Naturalmente, essendo amante delle complicazioni (e architetto) scelgo di progettarlo io. Seleziono i muri tra i “construction tools” e inizio ad articolare il padiglione.

Ho ipotizzato uno spazio con dieci “insenature” che consentano ai visitatori di osservare le coppie di dipinti senza distrazioni.

L’ingresso, che posiziono usando lo strumento per le porte (è accanto a quello per fare i muri), non sarà in asse con lo sviluppo longitudinale della sala per non rivelare subito ogni cosa e avere un’area di ‘preparazione‘ alla visita.

Adesso passiamo alla fase successiva. Accanto al menu “Define your space” selezioniamo “Design your space“. L’ambiente apparirà di colore bianco standard  ma attraverso la tavolozza di colori e di materiali sulla sinistra possiamo cambiare le caratteristiche di tutte le superfici.

Per valutare l’effetto dei colori dal punto di vista di un visitatore occorre usare il comando “switch view” nell’angolo in alto a sinistra dello sfondo nero.

In teoria potremmo anche tenerci la sala così, di questo bianco minimalista, ma io vorrei usare il colore per aiutare il visitatore a orientarsi e a concentrarsi sulle opere esposte. Darei una tinta decisa all’ingresso e poi farei di un grigio caldo le pareti laterali delle nicchie lasciando bianca la parete di fondo.

Per applicare il colore basta selezionare la tinta e poggiare il rullo sulle superfici. Attenzione: per colorare un setto divisore bisogna tinteggiare entrambi i lati, quindi occorre girare il modello di 180° (basta muovere lo sfondo nero) e procedere con il rullo sulle pareti restanti.

Una volta completato l’ambiente passiamo alla fase 3: “Add and place your artifacts” (sempre dalle linguette in alto).
Di default troviamo solo alcuni arredi. I quadri vanno caricati attraverso la funzione della barra sinistra “add image“. Si aprirà una finestra in cui occorre selezionare “file” per la prima opzione, scegliere il file sul proprio hard disk, dare un titolo al dipinto e inserire le dimensioni reali in metri (attenzione qui occorre dare prima la base e poi l’altezza, mentre nel mondo dell’arte le due misure vengono riportate nell’ordine inverso).
Possiamo anche rendere il dipinto cliccabile e abbinargli un file audio, ad esempio una guida alla lettura. Ma per semplificare procediamo senza queste opzioni. Inizio con la Gioconda e con la sua versione duchampiana.

Le due opere saranno inserite nella libreria laterale. Per applicarle sul muro basta trascinarle. A quel punto compariranno nella schermata nera alcune opzioni relative al quadro, come lo spostamento, il ridimensionamento e la scelta di cornici. Aggiungo una cornice marrone.

Dopo aver collocato le due opere nella prima nicchia devo disporle all’altezza corretta. Per farlo vado su Switch view e mi colloco davanti alla parete. Basta muovere l’immagine e comparirà un occhio ad indicare l’altezza media dell’osservatore (che per me che sono diversamente alta, sarà sempre troppo elevata…).

Completiamo l’operazione appendendo tutte le opere.
Poi passiamo all’apparato informativo. Nella stessa area usata per aggiungere le immagini possiamo inserire anche oggetti 3D e testi. Aprendo la finestra dei testi è possibile scrivere le frasi da applicare direttamente a muro. Naturalmente è tutto molto basilare: non si possono scegliere i font e neanche applicare delle formattazioni.

A questo punto la mostra sta prendendo la sua forma definitiva. Ho dovuto fare qualche ritocco ai muri perché inizialmente non avevo tenuto conto del gigantismo dei dipinti più antichi e alcuni non entravano nelle nicchie…
È un errore che in digitale ci possiamo permettere. Ma guai se accadesse in cantiere!

Per completare il progetto seguendo le fasi consigliate possiamo generare un tour guidato impostando una serie di punti da raggiungere automaticamente, ma io preferisco lasciare libera la visita, sebbene l’impostazione architettonica suggerisca un percorso in senso antiorario. Una volta pubblicato il progetto, è possibile esportare il link e rendere possibile la visita a tutti.

Qui c’è la mia mostra. Per vederla direttamente sul sito di ArtSteps andate qui (ci vuole qualche secondo perché si carichi tutto). Per muovervi cliccate sul pavimento.

Naturalmente è una mostra semplice, fatta più che altro con lo scopo di spiegare il funzionamento dell’applicazione.
Ma questa dimostrazione ha fatto scoprire anche a me le straordinarie possibilità di questo strumento che consente di allestire percorsi con opere che mai potrebbero essere date in prestito. Permette di mostrarle nelle loro reali dimensioni e di integrarle alla scrittura. Insomma, potrebbe essere la perfetta conclusione per l’attività didattica che ho raccontato nel post “Oggi inventiamo una mostra“.

Eppure so già che quando pubblicherò questo articolo sui social ci sarà l’immancabile commentatore che – senza neanche scomodarsi a leggere – scriverà sospirando con un tono tra il saccente e il nostalgico “Eh, ma non è la stessa cosa!“.

In questi casi il mio pensiero è “Per fortuna!“.
Perché se fosse un’esperienza identica, il digitale sarebbe del tutto inutile. Invece è diversa. Non migliore, non peggiore. Ma è un’altra cosa. Che ci arricchisce.

 

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