Questo articolo è pubblicato sul numero 49 di Vanity Fair in edicola fino all’8 dicembre 2020

La felicità è noiosa, sosteneva la mia prima insegnante di scrittura. Nel cuore di ogni storia davvero buona, c’è del dolore. All’epoca mi sono trovato d’accordo con lei. E forse anche oggi. Alcuni anni fa però ho creato sul mio computer un file segreto intitolato «Fotografie dall’album della felicità». Di tanto in tanto lo apro. E scrivo

Ricordo il suo aspetto, nonostante siano passati già nove anni. Capelli rossi. Lentiggini. Molto magro. Corpo da bambino. Zigomi da monaco. Sempre con la camicia stirata. Quando nel giro di presentazioni è arrivato il suo turno, non ha aperto bocca. Ho chiesto se preferiva che lo saltassimo, e ha assentito con un cenno del capo. All’intervallo mi ha chiesto di scambiare due parole in disparte. Ci siamo trasferiti in un’altra stanza. Aveva la voce flebile, sembrava che parlare gli costasse grande sforzo. Il labbro inferiore tremava leggermente. Non sono in grado di parlare… davanti alla gente, ha detto. È… aldilà delle mie forze. Non c’è problema, gli ho risposto. L’importante qui è scrivere. Nel secondo incontro li abbiamo divisi in coppie. Dopo pochi minuti, la sua compagna si è rivolta a me per riferire che lui non comunicava. Ho proposto di lavorare io con lei all’esercizio, al posto suo, e ho visto che era sollevato. All’intervallo mi ha chiesto di scambiare due parole in disparte. Ci siamo trasferiti in un’altra stanza. Aveva la voce flebile, sembrava che parlare gli costasse grande sforzo. Il labbro inferiore tremava molto. Non sono in grado di stare così vicino a un’altra persona, ha spiegato. Se è indispensabile per partecipare al laboratorio, credo sia meglio che io mi ritiri. Non è assolutamente il caso che ti ritiri, ho ribattuto. In fin dei conti, la scrittura è un atto che ciascuno compie da solo. Gli esercizi di coppia servono per raccogliere idee. Ma sono solo un bonus. L’importante è che tu scriva. Annuì, concordava, ma comunque non ero sicuro che si sarebbe presentato all’incontro successivo. Mi ha fatto piacere rivederlo la settimana dopo, seduto al suo posto fisso al tavolo, angolo destro vicino alla finestra. Con gli occhi abbassati sulle sue scarpe.

Il laboratorio di scrittura è durato dieci incontri, e fino all’ultimo non ha aperto bocca. Mentre all’inizio gli altri gli lanciavano occhiate da visitatori-allo-zoo-che-fissano-un-animale-raro, avevo l’impressione che con il passare del tempo si fossero abituati al suo silenzio. Avevano imparato a considerarlo parte della dinamica consolidata del gruppo. C’è quella che corregge tutti, insegnanti inclusi, c’è quella che scrive sempre di Shoah, c’è quella che fa precedere ogni brano che legge da una sequela di scuse lunga più del brano, e c’è quello che tace.
Durante l’ultima lezione si fa un giro di «voci»: ciascuno legge al gruppo un breve testo che non è mai stato letto. Quando è arrivato il suo turno avevo intenzione di saltarlo, come sempre.
Invece ha alzato un dito e detto: vorrei leggere qualcosa.
Tutte le teste si sono voltate nella sua direzione, stupefatte.
Prego, gli ho risposto, benissimo.
Ha estratto dalla borsa un foglio piegato.
L’ha aperto.
L’ha tenuto davanti agli occhi.
E ha letto il titolo: «Silenzio».
Non ricordo le parole della poesia. Solo l’attenzione, tesissima, dei compagni. I corpi inclinati in avanti sulle sedie. Pareva che nessuno, inclusi noi insegnanti, respirasse, mentre la sua voce vibrava nello spazio della stanza.
A fine lettura, hanno applaudito tutti.
Lui ha ripiegato il foglio. L’ha rinfilato nella borsa.
E ha abbassato gli occhi a terra. Ma dall’angolo delle labbra spuntava un sorriso.

(Traduzione di Raffaella Scardi)

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