Francesco Arca
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Trasformarsi in qualcun altro, immaginarsi un’altra vita e metterla in atto. Francesco Arca, 41 anni, senese, due figli, una carriera d’attore tra l’Italia e l’estero, al momento non ne ha nessuna intenzione. I cambiamenti, però, non gli hanno mai fatto paura. «Ripartire da zero l’ho già fatto più volte, e potrei farlo in futuro. Ma, a guardarmi indietro, non ho rimorsi. Rifarei tutto», racconta. Scoperto da Maria De Filippi grazie al reality show Volere o volare, Arca oggi si divide tra cinema e televisione (l’abbiamo appena visto nella fiction Rai Vite in fuga; sta girando La Donna del Vento, con Sabrina Ferilli, regia Ricky Tognazzi), e a causa Covid ha dovuto rimandare gli ultimi impegni in Spagna. «La prima volta ho detto “basta” un bel po’ di anni fa. Lavoravo nell’ambito televisivo e vivevo a Milano, ma mi sono reso conto che non ne potevo più. Volevo vivere a Roma e recitare».

Detto, fatto?
«Sì, ma ho pagato a lungo lo scotto di essere il nuovo arrivato. Per almeno 10 anni sono stato quello che aveva fatto tv, anche se per pochi anni. Oggi non mi sento più addosso i pregiudizi, li ho lasciati per strada».

La «rivoluzione» successiva?
«Andare all’estero, in Spagna. Senza conoscere la lingua ho voluto buttarmi in un nuovo ambito lavorativo. Dopo la prima stagione de La vita promessa mi sono messo a studiare lo spagnolo e a fare avanti e indietro da Madrid. Ora ho tre progetti in ballo, che sono stati posticipati a causa del Covid».

Come l’ha vissuto il primo lockdown?
«È stato un periodo molto introspettivo. Uno dei pochi lati positivi? Ho riscoperto la famiglia. Trascorrendo così tanto tempo in casa, e non tra un set e l’altro, ho scoperto tantissime nuove cose dei miei figli (Maria Sole, 5 anni, e Brando Maria, quasi tre, avuti entrambi dalla compagna Irene Capuano). E ho avuto tantissimo tempo per pensare, leggere, riflettere. Mi sono dato un sacco di risposte».

A quali domande?
«Una su tutte: cosa conta davvero. E per me è importante avere la mia famiglia sempre intorno. Ero convinto di essere io il fulcro, ma mi sono accorto che non lo sono, tutto va in direzione della mia compagna e dei miei figli. Inoltre, finalmente mi accetto al 100 per cento. Nel mio piccolo sono molto fiero di ciò che sono».

Questa consapevolezza è arrivata passati i quaranta?
«No, non ho sentito il giro di boa. È successo prima, quando sono diventato padre».

Cos’è cambiato?
«Tutto. Entri in un un loop completamente differente. Non sei più concentrato su te stesso, ma su di loro».

Che papà è?
«Sono molto severo nell’educazione, voglio che si impari fin da subito a rispettare gli altri. Ad amare le diversità, a non giudicare».

Maria Sole le dice già cosa farà da grande?
«A volte vuole fare la cuoca, perché vede sempre me cucinare, altre la dentista. Adoro mia figlia, solo pronunciare il suo nome mi emoziona».

Lei cosa voleva fare da grande?
«Emulare la figura paterna. Mi vedevo con la divisa addosso. Mio padre era un paracadutista e il mio più grande sogno era quello di fare il militare, ma dopo la sua morte ho avuto un problema e sono tornato a Siena. Dopo, ho deciso di iscrivermi all’Università. Ma anche oggi che sono padre cerco in me le sue sfumature».

Pensa di somigliargli?
«Qualcosa di lui ce l’ho. Gli somiglio nel bisogno di carnalità, voglio avere i miei figli sempre in braccio, sempre con me. Li bacio, li abbraccio. Con lui ogni volta che tornava a casa era sempre così. Vedendolo poco, perché era sempre in missione, il tempo insieme era fantastico. Era molto severo, ma incline alla bontà».

Uno «carnale» come lei, come se la passa ai tempi del Covid?
«Eh, male, vorrei abbracciare tutti. Il saluto col gomito proprio non mi riesce».

Foto: Guido Stazzoni

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