Non tutto ciò che succede nell’arte in quella realtà apocalittica nella quale attualmente sopravviviamo, perché “viviamo” sarebbe dire troppo, riguarda gli ostacoli della vita collegati alla crisi della salute (al tema risponde bene l’opera di Jack Pierson con una semplice scritta Still Life creata quest’anno). C’è anche chi continua il proprio percorso senza essere disturbato. Tra questi Antonio Grulli (La Spezia, 1979), curatore e critico d’arte italiano che fa parte di Viafarini, e collabora, tra gli altri, con “Flash Art” e “Mousse Magazine”. Con una mostra che ci porta quel respiro di freschezza di cui abbiamo oggi un grande bisogno. Desideriamo staccarci un attimo dal litania infinita degli stessi problemi quotidiani e delle bombe “socio-politico-economiche” che cadono dappertutto, per allontanarci sia dalle news che dalle loro interpretazioni.

La mostra in questione si intitola “Genius Steals” (“Il genio ruba”) ed ha luogo a Poznań, Polonia, una città grande nell’ovest del paese. Antonio Grulli è stato invitato a curarla dalla Rodriguez Gallery, conosciuta per le sue numerose presenze alle fiere in tutto il mondo e per le collaborazioni internazionali, anche con Italia – come quella a maggio dell’anno scorso con “Notebook on Cities” curata da Domenico de Chirico. Grulli coinvolge tre giovani artisti: Irene Fenara, Cristina Garrido, Davide Trabucco: tutti hanno a che fare con il concetto di copiare, rubare, prestare, appropriarsi, citare. La frase ben conosciuta dalla quale è preso il titolo “L’artista mediocre copia, il genio ruba”, oppure “I cattivi artisti copiano. I grandi artisti rubano” è un celebre aforisma di Picasso. Nel frattempo però, Grulli scopre quanti pensatori l’hanno trovata praticabile ancora prima del pittore spagnolo, tra i quali Oscar Wilde e T.S. Elliot. In questo prezioso aforisma è contenuto un concetto abbastanza semplice: copiare equivale a imitare, mentre rubare significa appropriarsi di qualcosa in modo che non appartenga più a chi l’aveva creata in origine. Per dare un esempio a livello globale il genio di questi geni (ladri) è Maurizio Cattelan – America (2016), Untitled (1999) – la “Z” nella forma prestata da Fontana, etc. I giovani artisti nella mostra alla Rodriguez Gallery fanno una buona presentazione collettiva delle loro ricerche individuali, con meno spirito concettuale rispetto al maestro ma con un valore aggiunto: una ammirevole complessità di pensiero iper attuale e con il loro stile visuale sottile.

Irene Fenara, Supervision, photo from surveillance camera

Irene Fenara (1990) si occupa principalmente di ricerche su fotografie scattate con l’utilizzo di mezzi diversi dalla macchina fotografica. La mostra presenta una selezione di immagini tratte dalla sua serie più apprezzata, Supervision. Le opere di Fenara contribuiscono a rinfrescare generi fotografici come il paesaggio e l’astrazione, grazie a quel nuovissimo mezzo a portata di mano che sono le macchine fotografiche gestite da altri utenti. E qua entriamo in un terreno impervio perché Fenara ruba non solo immagini, ma anche la privacy. Seguendo la descrizione curatoriale: “Qualche anno fa l’artista ha scoperto un facile accesso, sulla base dell’indirizzo IP, alle telecamere di sorveglianza dislocate in tutto il mondo poiché i loro proprietari non hanno cambiato le password impostate automaticamente dai produttori. In questo modo è riuscita a raggiungere un numero infinito di immagini che riflettono su una società sempre più controllata che si forma intorno a noi, di cui noi stessi siamo parte”.

Subito dall’entrata a sinistra vediamo un’ampia tenda simile a quelle della doccia, con il diluvio delle immagini, o, nella raffinatezza di Grulli: “enorme atlante iconografico”. È un progetto Conformi di Davide Trabucco (1987). Avviato nel 2015 e potenzialmente illimitato nel tempo. Di cosa si tratta? L’installazione (cosi come la versione online) è creata dalle immagini provenienti dal mondo dell’arte e dell’architettura, oltre che dall’inesauribile immaginario globale. Usando l’app AI creata dall’artista, si scoprono divertenti situazioni visive: due immagini lontanissime sia nel tempo che stile, ma vicine nella forma visuale, vengono inserite dall’artista nello stesso quadro. Così, Marina Abramović che con gli occhi lacrimanti tiene le mani di Ulay durante la sua lunghissima seduta a Tate in 2010, ha un “match” con una scena pittoresca del XVII secolo. Questo progetto non è solo uno spasso ma anche una sorta di riflessione su come è difficile definire la paternità o l’origine. Tutta la storia d’arte è un cerchio vizioso, non c’è inizio e fine, e Trabucco con il suo lavoro approfondisce ancora quell’abisso che tiene gli occhi svegli delli ricercatori d’arte di tutto il mondo 24/7.

Cristina Garrido, Best Booths

Ultima, ma non per importanza, l’artista spagnola Cristina Garrido (1986). Il suo è un esempio di quanto piacere si possa provare osservando un quadro della misura di cartolina, o, appunto una cartolina. L’artista presenta tre progetti, ognuno a modo suo interpreta Critica istituzionale.Cominciando dalla fine, il film Outside the White Cube (2011) documenta l’artista nel momento di appropriarsi di una copia di una rivista di Sotheby’s appena consegnata alla porta di Jay Jopling, fondatore della White Cube Gallery. Successivamente, l’artista dipinge le immagini di alcune opere in modo impercettibile e infine rimette la rivista dove è stata trovata. Un altro progetto in cui scherza con la serietà del mondo dell’arte è Best Booths (2017). È una serie di collage in cui le immagini degli stand delle gallerie – selezionate come le migliori da piattaforme Internet come Artnet o Artsy – sono state ambientate negli interni di istituzioni d’arte. Questo intervento dimostra che uno stand espositivo può essere considerato un vero capolavoro dei nostri tempi. A causa dell’attuale situazione in cui le fiere d’arte sono sospese una dopo l’altra e in totale incertezza, l’idea appare come testimonianza di un passato probabilmente perduto. In Veil of Invisibility (2011 – presente), il mio preferito perché meno implicito dalle altre critiche più “pure”, vengono disposte opere su una serie di cartoline acquistate in musei e altre istituzioni. Grazie al gesto pittorico dell’artista queste cartoline sono diventate “invisibili” attraverso un sottile intervento.

Come sottolinea il curatore: “Con l’uso di questa frase è possibile riscrivere la storia delle arti secondo cui gli artisti, ciascuno in modo diverso, sono riusciti a “rifare” le opere di altri artisti contemporanei e dei loro predecessori, nonché le immagini che li circondano”. La pratica di ognuno degli artisti consiste nel riutilizzare opere create da altri artisti, o non artisti come nell’esempio di Irene Fenara. Grulli crede che essendo fortemente attuali, “incarnando lo spirito dei tempi in cui viviamo” e si differiscono dalle appropriazioni appartenenti alle generazioni precedenti coinvolte proprio nella Appropriation Art o rappresentanti di gruppi come Pictures Generation degli anni ’70 e ’80 negli USA.

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