La “Netflix” della cultura: la nuova piattaforma tutta italiana

La “Netflix” della cultura: la nuova piattaforma tutta italiana

Partiamo dal titolo di coda: “Entreremo nelle case degli italiani che vorranno seguirci e vivremo insieme a loro un’emozione unica e irripetibile. Questa è la magia della Prima della Scala che questo momento, per quanto incerto e difficile, non può e non deve spegnere”. Così ha dichiarato nei giorni scorsi Fabrizio Salini, AD Rai per la presentazione dell’apertura di stagione del Teatro scaligero. Ha aggiunto poi: “ …esprimere la naturale vicinanza della Rai al Teatro alla Scala e più in generale all’intero settore della cultura, profondamente colpiti dalla grave situazione d’emergenza, ma anche per ribadire con profonda convinzione il ruolo fondamentale che il Servizio Pubblico deve esercitare in questi delicati momenti. E’, infatti, compito della Rai mantenere vivo e vitale il legame tra il pubblico e il teatro, la danza, la musica, l’opera con tutto il talento e le professionalità che queste forme di arte sono in grado di esprimere”. Bene, si tratta esattamente di un compito specifico che la Rai deve svolgere e che rientra pienamente nei suoi doveri istituzionali nei confronti dei cittadini che pagano il canone. Peccato che tutto questo non sia perfettamente in sintonia con quanto invece sostiene il Ministro della Cultura Dario Franceschini che, recentemente ha dichiarato “Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità, ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa”. 

Cosa intercorre tra i due pensieri? Semplice, il primo ha un obbligo verso i cittadini di fornire un servizio,  un accesso all’arte e alla cultura universale e gratuito (al netto del canone) mentre il secondo ha in mente bizzarre operazioni tra la finanza e la politica che con arte e cultura in televisione potrebbero avere ben poco a che fare. O meglio, è bene precisare. Il nostro Paese possiede il più vasto e importante patrimonio artistico e culturale del mondo ed è sacrosanto che si possa e si debba valorizzare in ogni modo possibile, non fossaltro perché questo stesso patrimonio richiede fondi rilevanti per la sua tutela e conservazione. Cosa non torna allora nell’idea del Ministro?Tante cose, a partire dalle anomalie che si possono constatare nell’avvio di questa operazione che vede affiancare Cassa Depositi e Prestiti e l’emittente Chili Tv che, rispettivamente,concorrono la prima con il 51% del capitale con 9,5 mln di Euro mentre il restante è composto da 6mln in conto capitale più tre cash da parte di Chili Tv e un contributo di 10 mln “una tantum”da parte del Mibact. Da ricordare, inoltre, che l’emittente lombarda (fondata da Stefano Parisi, da Confindustria a candidato sindaco di Milano e ora consigliere alla Regione Lazio) ha presentato per otto anni il bilancio in rosso . 

Il modello di business è “pay per view” cioè si acquista il prodotto e si paga il corrispettivo, come se fosse un biglietto virtuale e si “consuma” lo spettacolo.  Come noto, la cultura e l’arte in televisione costano e nemmeno poco. Leggiamo il comunicato del Mibact: “Attraverso la piattaforma si potrà accedere a un’offerta ampia, diversificata e molto concorrenziale per la visione live e on-demand di concerti e opere teatrali, si potranno effettuare tour virtuali dei principali musei italiani e delle maggiori mostre di interesse pubblico, visitare festival e fiere e scegliere fra un ampio catalogo di film e altri contenuti tematici”. Come si può immaginare che un’offerta di questo tipo possa essere supportata da un capitale di investimento così modesto? I produttori di contenuti, ad esempio teatri e orchestre, conoscono bene le condizioni mercato, nazionale e internazionale ed è sufficiente pensare solo al costo dei diritti di diffusione per rendere tutto questo di difficile realizzazione.  Inoltre, per quanto riguarda l’Italia,  si pone un’altra anomalia sostanziale che consiste nel fatto che una televisione del genere già esiste e si chiama, appunto, Rai che storicamente ha provveduto, e in parte ancora provvede, a proporre agli italiani quanto di meglio è possibile sul mondo della cultura e dell’arte. Perché allora il Ministro non ha ritenuto opportuno sostenere decisamente questa ipotesi (che tale non è in quanto già esistente) e cercare in ogni modo di sostenere il Servizio Pubblico? Per quanto è dato sapere leggendo una ricostruzione riportata da Repubblica, sembra che la Rai sia stata invitata lo scorso giungo ad una specie di gara, una manifestazione di interesse, che in un primo momento aveva suscitato l’entusiasmo di Salini ma che poi si è dovuto ricredere in quanto Rai “… non solo dispone già di una piattaforma on demand, Rai Play, che veicola prodotti culturali gratuitamente…ma anche perché non può produrre contenuti a pagamento”. Sul fatto poi che Rai Play sia del tutto gratis ci sarebbero da fare osservazioni vista la quantità di pubblicità che ospita, ma questo è altro discorso.

A questo punto è necessario fare un passo indietro e uno di lato. Quello indietro si riferisce ad una idea che non è certo nuova in Europa, quella di una piattaforma tv dedicata all’arte e alla cultura. La traccia più recente si è manifestata lo scorso anno in occasione del Premio Italia, quando l’ex presidente della televisione tedesca ARD, Ulrich Wilhelm, ha proposto la creazione di un una piattaforma televisiva europea supportata e gestita da un consorzio dei servizi pubblici europei nell’ambito dell’EBU (European Broadcasting Union). La proposta è rimasta inspiegabilmente nel cassetto. Il passo di lato si riferisce all’esistenza di un consorzio franco tedesco, ora aperto ad altri paesi, che produce e diffonde il canale Arte. Da tempo viene proposto alla Rai di farne parte e l’invito sembra stato declinato senza apparente giustificazione se non che per quanto abbiamo saputo, si richiede un costo di adesione elevato. Il che porta a confermare quanto scritto prima: l’arte, la cultura in televisione costano e anche molto. 

La partita su questo fronte comunque sembra appena iniziata ed è possibile rilevare un aspetto positivo: tutte le manifestazioni artistiche e culturali sono patrimonio comune, non solo italiano, e in quanto tali meritano la più ampia diffusione in tutte le piattaforme e accessibilità economica garantita per tutti i cittadini. Difficile pensare alla cultura e arte di serie A e di serie B, dove chi può pagare accede e chi non può rimane fuori. 

La sintesi di questa iniziativa proposta dal Ministro è che appare più un’operazione di facciata, di convenienza politica da giocare su vari tavoli che non un progetto praticabile, autorevole e convincente. Per il momento la Rai ne è fuori, salvo come si legge,  che potrebbe rientrare in un secondo momento. Tutto sommato, è meglio così, magari nel frattempo si potrebbe sostenere, potenziare e finanziare adeguatamente quanto già avviene. Forse è poco ma si può fare di meglio, di più.

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