La siccità danneggia anche l’arte

La siccità danneggia anche l’arte

Quando pensiamo alle conseguenze dei cambiamenti climatici vengono in mente lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, la desertificazione e le inondazioni, gli incendi e gli uragani. Condizioni che creano gravi danni all’ambiente umano, alle coltivazioni e alle riserve naturali di acqua potabile.

Quello a cui in genere non si pensa è che le alterazioni del clima, con improvvise piogge torrenziali e lunghi periodi secchi, costituiscono un grande pericolo anche per l’integrità delle opere d’arte.

In particolare l’abbassamento dell’umidità relativa dell’aria sotto una certa soglia, per un lungo periodo, provoca inevitabilmente delle deformazioni nelle tavole di legno, materiale usato in gran parte dell’arte medievale (ma anche in quella successiva). Ecco a quali cambiamenti di forma può andare incontro una tavola di legno.

Questi quattro tipi di deformazione avvengono perché il legno è un materiale anisotropo, cioè le sue caratteristiche fisiche sono diverse in base alla direzione considerata. In particolare la dilatazione o la contrazione delle fibre, in risposta alle variazioni termoigrometriche (temperatura e umidità relativa) non è omogenea.

Una tavola di legno, in condizioni di siccità e di perdita di umidità, ha mediamente un ritiro longitudinale molto lieve (inferiore allo 0,1%) mentre quello trasversale può arrivare al 10%. Se poi si tiene conto che la tavola è una porzione di tronco occorre considerare anche la differenza tra il ritiro radiale (5%) e quello tangenziale (10%).

Il risultato è che un’opera lignea che subisce un drastico calo di umidità perderà l’acqua contenuta nel legno con conseguente ritiro delle singole tavole di cui è composta e alterazione della loro forma. Questo comporta inevitabilmente la comparsa di fessurazioni che interrompono la pellicola pittorica.
È quello che possiamo osservare in questo dipinto, uno dei cosiddetti Ritratti del Fayyum, risalente al II secolo d.C.

Per far fronte alle naturali deformazioni del legno già in passato si applicavano dei rinforzi sul retro delle tavole – specialmente per le grandi pale d’altare – che però non erano sufficienti a bloccare del tutto il ritiro trasversale del legno.

Se si fotografa a luce radente una di queste opere lignee si può osservare chiaramente la deformazione della superficie.

Per far fronte al problema meccanico oggi vengono realizzati appositi telai che “raddrizzano” l’opera dal retro (sommandosi ai rinforzi preesistenti) consentendo comunque al legno dei leggeri movimenti elastici che evitano tensioni localizzate lungo le sbarre.

Ma il ritiro e la deformazione del supporto ligneo, purtroppo, provoca anche danni ben più gravi e cioè lo scollamento della pellicola pittorica.

Questa pala, che ho fotografato qualche anno fa alla Galleria Nazionale di Parma, nel palazzo della Pilotta, ha subito proprio questo tipo di danneggiamento in seguito a un lungo periodo di siccità che aveva portato l’umidità sotto il 20%. Si tratta di un’opera a olio su tavola del Fiamminghino alta circa 3 metri e larga 1,70.

I rettangolini bianchi sulla superficie sono dei fogli di carta giapponese (una carta velina sottilissima), applicati con una colla apposita.

Lo scopo di questa operazione (detta velinatura) è quello di prevenire la perdita della pellicola pittorica che si è staccata dal supporto per via della sua deformazione. Dunque la trattiene al suo posto in attesa del consolidamento dei pigmenti con sostanze adesive.

Qui sotto è possibile vedere com’era l’opera prima del degrado.

Qui un’altra opera sottoposta a velinatura: il Trittico di Badia a Rofeno di Ambrogio Lorenzetti (1332-1337).

La carta velina viene successivamente staccata con una semplice spugna umida per poi procedere al restauro vero e proprio.

Per evitare tutti questi problemi l’umidità andrebbe mantenuta intorno al 50%, ma non è una regola ferrea: l’opera potrebbe benissimo essersi ‘acclimatata’ ad una percentuale maggiore o minore. L’importante è che questa non oscilli eccessivamente, in particolare non diminuisca troppo.

Tuttavia se il controllo dei parametri igrometrici è piuttosto fattibile in un museo moderno, immaginate cosa può accadere in una chiesa medievale o in un museo realizzato all’interno di un palazzo storico. In quel caso è impossibile realizzare le condizioni ideali per la conservazione delle opere su tavola. Per non parlare di soffitti dipinti e altre strutture inamovibili…

Il rischio è di assistere impotenti alla distruzione di un patrimonio immenso e prezioso o di doverlo conservare solo in ambienti protetti, privandolo di ogni rapporto con il contesto in cui è stato creato e dunque facendone perdere la leggibilità e il senso.

Salvare il patrimonio culturale è uno dei punti dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, incluso nell’obiettivo 11.

Tuttavia se perseguiamo l’obiettivo 13, cioè la lotta ai cambiamenti climatici, sicuramente faremo del bene anche all’arte!

 

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