Sappiamo parlare corsivo ma non sappiamo più scriverlo, eppure è più utile di quanto pensiamo

Sappiamo parlare corsivo ma non sappiamo più scriverlo, eppure è più utile di quanto pensiamo

La storia ci insegna che l’apprendimento della scrittura è stato una delle nostre più grandi conquiste sociali. Nel 1861, l’Italia unita si trovò con il 78% di abitanti analfabeti. Prima del 1951 – quando alla definizione di analfabeta venne aggiunta anche l’incapacità di leggere – veniva definito analfabeta chiunque non sapesse scrivere il proprio nome. Gran parte della popolazione firmava dunque i documenti con una “X” e anche nella prima metà del Novecento – pur con una crescita dell’alfabetizzazione, che riguardò soprattutto il Nord del Paese – erano in molti a non saper adoperare una penna. Durante le due guerre mondiali, parecchi soldati chiedevano ai compagni di brigata di scrivere per loro lettere e cartoline, l’unico mezzo per comunicare con le famiglie. Dal secondo dopoguerra, poi, i primi governi spinsero la popolazione a imparare a scrivere tramite nuovi metodi didattici, l’istituzione di scuole reggimentali e, con l’arrivo della televisione, ci fu una vera e propria collaborazione tra il ministero dell’Istruzione e il servizio pubblico per realizzare Non è mai troppo tardi, trasmissione condotta dal maestro Alberto Manzi. Non soltanto i bambini a scuola, ma anche gli adulti impararono così a scrivere cominciando con l’uso dello stampatello, per poi arrivare al corsivo e gli anni del boom economico coincisero con un crollo dell’analfabetismo in Italia. Oggi, però, spinte dallo sviluppo delle tecnologie digitali e da nuovi sistemi di scrittura, molte nazioni stanno abbandonando l’uso del corsivo a partire dalle scuole primarie. Siamo così arrivati al paradosso per cui la generazione qwerty il corsivo lo parla, ma non lo scrive quasi più, anche se ci sono sempre più appassionati di calligrafia. 

La prima nazione europea ad accantonare il corsivo nelle scuole è stata la Finlandia nel 2016. Minna Harmanen, all’epoca al vertice della Finnish National Board of Education, dichiarò: “Gli studenti oggi non hanno tempo a sufficienza per imparare a scrivere in modo veloce in corsivo, per questo non pensiamo sia utile per loro. Poi non è facile da scrivere per i bambini e per i professori da leggere, mentre la scrittura su computer è molto più chiara ed è qualcosa che il mondo del mercato richiede”. L’ultima frase fu la più criticata, in quanto la conoscenza e l’apprendimento scolastico non dovrebbero seguire le logiche di mercato, ma la formazione individuale di bambini e ragazzi. In un mondo sempre più rapido, è chiaro però che anche il modo di scrivere deve essere velocizzato, e negli Stati Uniti questo pensiero era già stato anticipato. Nel 2013, diversi Stati negli USA avevano abolito l’uso del corsivo attraverso le linee guida del Common Core State Standards. Soltanto undici lo hanno mantenuto, facendone una battaglia rinominata Back to Basics.

Alcuni temono che l’eliminazione del corsivo rappresenti l’anticamera della rimozione della scrittura a mano in toto, e negli States il dibattito è stato per anni rovente. Gli esperti di politiche educative Philip Ball e Morgan Polikoff, però, sono da sempre stati favorevoli all’eliminare questa pratica dai programmi scolastici. Se per Ball non ha senso imparare a scrivere in corsivo di fronte a una produzione digitale che ormai rende anacronistica la scrittura a mano, Polikoff è stato ancora più esplicito: “Nessuno dei miei studenti usa carta e penna per prendere appunti e io stesso digito il 98% delle cose che scrivo”. Il dibattito è arrivato anche in Italia, dove si assiste allo stesso calo dell’uso del corsivo e in generale della scrittura a mano, principalmente da parte dei nativi digitali, ma anche di chi, una volta completati gli studi, ha quasi totalmente perso la manualità necessaria per la scrittura a penna. Chi lavora in ufficio o in smart working scrive su tastiera, o sullo schermo di smartphone e tablet. Io stesso sto scrivendo questo articolo digitando su una tastiera. Semplicemente perché è più comodo e veloce. Eppure, secondo alcune ricerche, la scrittura manuale porterebbe dei grandi benefici, che non andrebbero trascurati del tutto.

Non è un principio luddista a frenare il progresso consigliandoci di tornare al calamaio e alla penna d’oca, ma è la scienza a spiegarci i benefici della scrittura a mano e del corsivo, con studi che riguardano l’apprendimento del bambino e “l’allenamento” dell’adulto attraverso meccanismi che partono direttamente dal nostro cervello. Virginia Berninger, psicologa che lavora per la Washington University, ha condotto uno dei più grandi studi sull’argomento. Ha diviso dei bambini di una scuola primaria in tre gruppi, ognuno impegnato in un diverso tipo di scrittura: in stampatello, in corsivo e sulla tastiera di un computer. È arrivata alla conclusione che le modalità di scrittura generano diversi percorsi cerebrali che determinano il risultato prodotto dai bambini. Quelli che hanno usato il corsivo hanno attivato maggiormente delle aree del cervello associate alla memoria e alla creatività rispetto a coloro che hanno scritto in stampatello o digitalmente. Per Berninger, “i bambini che scrivono a mano libera producono più parole e più rapidamente di quanto facciano coloro che scrivono su una tastiera; inoltre, rispetto a questi ultimi, mostrano una maggiore ricchezza di idee”. Va detto però che l’argomento è molto ampio e composito, e che certi percorsi educativi, come ad esempio la scuola steineriana, prediligono sì l’uso della manualità, ma per attività creative, e la scrittura in corsivo viene introdotta solo successivamente. Inoltre, molti bambini con neurodiversità vengono spinti a prediligere la scrittura in stampatello maiuscolo, e ciò non toglie nulla alla loro creatività o allo sviluppo delle loro idee, che avviene semplicemente in maniera diversa da quello che la società ha definito come “standard” a livello di media statistica.

La professoressa Laura Dinehart, che si occupa di pedagogia e psicologia dello sviluppo alla Florida International University, in una pubblicazione scientifica ha spiegato come i bambini che hanno appreso prima dei sei anni d’età la scrittura manuale abbiano poi ottenuto risultati migliori nel loro percorso di studi rispetto a quelli il cui primo approccio alla scrittura è avvenuto tramite dispositivi elettronici. Anche in questo caso, però, va sottolineato un importante fattore ambientale, e cioè che l’attuale sistema scolastico statunitense è stato strutturato in maniera da misurare e privilegiare determinate abilità considerate come positive da una certa società, ciò non significa però che siano da considerarsi tali in ogni contesto, o sempre preferibili rispetto ad altre, è sempre un discorso che fa riferimento a una certa media legata a una certa popolazione con determinati valori culturali.

La realtà è che siamo tutti diversi e abbiamo tutti percorsi ed esperienze differenti, solo che il sistema ancora fatica a sviluppare programmi socio-politici in grado di adattarsi a questa diversità individuale o legata a minoranze, per quanto ampie. Per quanto riguarda il dibattito in Italia, nel saggio Il corsivo, encefalogramma dell’anima, la grafologa Irene Bertoglio e lo psicologo Giuseppe Rescaldina spiegano che “la scrittura a mano corsiva stimola a migliorare la capacità di lettura e di calcolo; [serve a] potenziare la capacità di attenzione e di apprendimento; [aiuta a] imparare l’autodisciplina e la concentrazione; [ad] allenare la memoria e [ad] accrescere la fiducia in se stessi; [a] favorire il pensiero critico; esprimere la creatività e [a] uscire dall’anonimato incoraggiando l’originalità individuale”.

La manualità del gesto è estremamente intima, la grafia è un tratto distintivo che conferisce al testo scritto un’unicità visiva e mnemonica in contrasto con l’uniformarsi del testo digitale. Inoltre, il corsivo, rispetto allo stampatello o alla scrittura da tastiera, non conosce interruzioni tra una lettera e l’altra, è un flusso che collega la mano e il cervello. Al computer è possibile cancellare e tornare indietro, nel corsivo manuale ogni tratto è connesso e la nostra mente attiva un processo di attenzione anche per via dei ridotti margini di errore. Ogni parola diventa così fondamentale, con un peso specifico che consente di elaborare il pensiero con una velocità maggiore prima di trasferirlo su carta. Non a caso, molti studi sull’argomento sviluppati nel campo delle neuroscienze, come la ricerca condotta dalla psicologa Karin Harman James dell’Indiana University, dimostrano come “i bambini capaci di scrivere a mano registr[ino] un’attività neuronale molto più sviluppata rispetto [agli altri]”.

Attualmente, i bambini entrano in contatto con dispositivi digitali molto prima di imparare a scrivere, o di usare un pennarello, o una matita. Una ricerca della pedagogista Stephanie Müller ha portato alla conclusione che il 70% dei bambini che escono dalla scuola materna non ha i prerequisiti per imparare il corsivo a causa della mancanza di manualità: “Oggi non si gioca più in strada, non ci si arrampica sugli alberi, non si infila mai un ago. Si premono tasti o si tocca uno schermo, tutti gesti che richiedono l’uso di altri muscoli rispetto a quelli per tenere in mano una penna con la coordinazione necessaria per scrivere in corsivo”. Il risultato non può che essere quello evidenziato dalla ricerca decennale della pedagogista Giuliana Ammannati, autrice del libro Il mio nome in corsivo: il 45% dei giovani tra i 14 e i 19 non è in grado di scrivere in corsivo. Questo dato, ovviamente, non rappresenta un problema formale, saper scrivere in corsivo, così come sapere il latino, è qualcosa di apparentemente inutile nella maggior parte degli ambiti del nostro attuale presente, eppure il valore di queste conoscenze non andrebbe sottovalutato.

Il processo di digitalizzazione della scuola – tra cui quella italiana – è di fondamentale importanza e non può essere frenato. Non vengono messe in dubbio le battaglie per progredire tecnologicamente o ridurre il consumo di carta, ma questo percorso non dovrebbe eliminare la scrittura manuale e il corsivo, proprio per i motivi elencati sopra. È possibile, infatti, progredire senza perdere le tecniche che in media risultano importanti per la nostra crescita psicofisica. Anche l’Accademia della Crusca è intervenuta per rafforzare questo concetto: “Da anni gli insegnanti segnalano la crescente difficoltà dei loro allievi a scrivere manualmente. Ne viene coinvolto il processo cognitivo di bambini e adolescenti, […] che oggi corriamo il rischio di perdere. Diciamolo in maniera esplicita: la scrittura a mano non può essere sostituita dalla scrittura su tastiera, sono entrambe utili perché assolvono a funzioni diverse”.

Non dobbiamo certo sentirci in colpa se scriviamo una tesina, un tema o un articolo al computer, ma può essere positivo mantenere di tanto in tanto l’allenamento alla scrittura manuale anche nel nostro quotidiano. Scrivere un pensiero su un foglio di carta invece di intasare le note del telefono, o anche solo la lista della spesa, vuol dire anche riappropriarci di un gesto intimo e personale. La scrittura manuale, oltre a essere espressione della nostra individualità, è uno dei migliori esercizi per aiutarci a sviluppare alcune importanti funzioni cognitive, che ci possono tornare utili in molti diversi ambiti della nostra esistenza.

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