Questo articolo è pubblicato sul numero 2 di Vanity Fair in edicola fino al 20 gennaio 2021

Sarà un buonissimo anno, purché non sia nuovo. Me lo ricordo il Capodanno scorso, il brindisi e i baci a coppie, smack smack sulle guance, a turno a tutti, uno via l’altro: buon anno nuovo, buon anno nuovo, e lo abbiamo visto. Nuovo senz’altro. In passato coltivavo il dubbio che ci rifilassero anni usati. Come si dice: usati ma tenuti bene. Una mano di bianco et voilà, buon anno nuovo. Ma era vecchio. E andava benissimo, a ripensarci ora. Che sciocca geremiade: non cambia mai niente, dicevamo, eravamo un popolo di Sandra Mondaini: che barba che noia. Non cambia mai niente, magari un rimpastino di governo, un ritocco allo stipendio, il più affannante dei dilemmi in tarda primavera: quest’estate mare o montagna? In Italia o all’estero? Finiva lì. Berlusconi o Prodi, tanto è tutto uguale. Messi o Ronaldo, tanto è tutto uguale. I figli avevano un anno di più, neanche ce ne si accorgeva. Un lungo e lento trascinarsi fino a Natale, il solito menù, il solito regalo, il maglione beige anziché il maglione verde: eccolo il massimo colpo di scena! E poi il 31, buon anno nuovo, smack. Io non lo voglio un buon anno nuovo, voglio un anno vecchio, un 2021 che però sia un 1997 o un 2009, si sia giusto cambiato la camicia. Allora sarà buono, sarà eccellente, niente lockdown, niente mascherina, niente morti, niente ospedali colmi, dateci un anno com’erano i sani anni di una volta, noiosi ma all’aperto, abbracciati, a sentire canzoni e non virologi. E lo so, sono sicuro che sarà un buon anno vecchio, perché l’uomo è una bestia meravigliosa, e in dieci mesi gli scienziati hanno trovato i vaccini e i politici europei hanno trovato i soldi: guariremo, ripartiremo, saremo ancora quelli di ieri.

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