«È il nostro legame con gli alberi e i quadri a farci italiani». Affermazione interessante. In piena seconda ondata, nelle librerie, alfine considerate per quel che sono, cioè avamposti della nostra umanità, arriva Cento luoghi di-versi (Treccani, pagg. 234, € 19,90) che è una guida – 100 immagini accompagnate da altrettante poesie – per rincominciare a viaggiare l’Italia, anche se chissà ancora per quanto dovremo accontentarci di farlo solo con l’immaginazione (ma se ci mettiamo anche un po’ di cuore, passa più in fretta).
A fabbricarlo «in cucina», come ci tengono a precisare, sono stati il poeta e scrittore Franco Marcoaldi e lo storico dell’arte Tomaso Montanari. I luoghi scelti sono fisici (una veduta aerea della Fiat a Mirafiori, il delta del Po di Ferdinando Scianna), ma anche opere d’arte (la Bordighera di Monet, il Porto di Trieste di Schiele, nella foto di apertura) e posti dell’anima (la pioggia fotografata da Fosco Maraini, la stanza di Amelia Rosselli), tutti e cento a formare una geografia poetica e sentimentale del nostro Paese. A volere essere precisi, però, non sono proprio cento, ma uno in più: «A volume quasi chiuso, è arrivata la pandemia. Perciò ci siamo sentiti in dovere di aggiungere una foto scattata in una terapia intensiva di Rozzano: non potevamo lasciarla fuori» (ecco il cuore dove sta).

Il volume (che nonostante la preziosità ha conservato un prezzo più che accessibile – riaprite le liste dei regali di Natale) un interessante oggetto ibrido che innesca ripetuti cortocircuiti, testa di parole (si va da Dante, a Petrarca, passando per Penna, Szymborska, Giudici e molti altri), corpo di luce stampata. La prima domanda sarebbe «come avete fatto a metterli insieme?», ma sono alchimie difficilmente spiegabili, anche a posteriori. A suggerire una possibile lettura, ogni accoppiata riporta una brevissima stringa, commovente, ironica, spiazzante, «la parte che ci ha divertito di più scrivere», mi dice Marcoaldi che raggiungo al telefono nella sua casa a Orbetello.

Nell’introduzione dite che il libro nasce da un’amicizia. Ce la racconta?
«Dunque, io abito da anni sulla laguna di Orbetello, mentre Tomaso ha una casa a Porto Ercole. La nostra amicizia è nata sulla base di una comune lotta civile che ha a che fare esattamente con uno dei temi del libro: la preservazione del paesaggio. Una lotta – credo vinta ma non si può mai sapere – contro l’aberrante proposta di costruire l’Autostrada Tirrenica e per impedire quindi che il paesaggio meraviglioso della Maremma venisse distrutto. Le dirò anche che il nostro essere amici è animato da due elementi in particolare. Uno è la cucina, che è appunto dove è nato questo libro, perché deve sapere che Tomaso è un ottimo chef, io gli dico sempre che ha sbagliato mestiere. L’altro sono gli animali: sono stato io a introdurlo al mondo canino, e ora è lui ad aver perso la brocca per l’adorata cagnetta Anita».

Lei ha scritto molto sugli animali. Quanti ne ha?
«Con il tempo ne ho persi molti, tra cui il mio amato Baldo, il cane di cui avevo anche scritto un’“autobiografia” (Baldo: i cani ci guardano per Einaudi, ndr). La scorsa estate è poi morta anche sua moglie Nina e l’adorato gattino Robertino. Adesso mi sono rimasti Pozzo, l’erede al trono, e la nuova gattina Tea».

Nei suoi libri di poesia, usciti per Einaudi – l’ultimo è La quinta stagione – esplora spesso tematiche scientifiche. Qual è il rapporto tra poesia e scienza?
«Seguendo le frontiere più estreme della fisica teorica, ad esempio, è evidente come il linguaggio della scienza sia ormai diventato un linguaggio poetico. Anni fa girai un documentario su Carlo Rovelli: per scrivere la mia raccolta poetica  Il mondo sia lodato del 2015 avevo pescato moltissimo dal suo libro sul tempo. Anche nella Quinta stagione che, ancora non si sa quando, verrà portata in scena da Marco Baliani, ho esplicitamente voluto riscrivere un lavoro del bravissimo neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, che con i suoi libri mi ha regalato numerosissime sorprese. Questi sono tutti elementi connaturati alla mia poesia e alla mia ricerca. Per Cento luoghi di-versi, invece, siamo partiti dall’articolo 9 della Costituzione, che lega in modo indissolubile il patrimonio artistico e culturale italiano al paesaggio, che sono i due corni della stessa idea di bene comune».

Siamo davvero «immeritevoli custodi», come scrive nel suo poemetto introduttivo?
«Temo di sì. E mi addolora. Però penso anche che, stranamente, questi immeritevoli custodi sappiano diventare meritevoli nelle situazioni più difficili. E a farlo spesso sono le persone più semplici, e non necessariamente chi dovrebbe essere deputato a farlo perché ha una cultura maggiore alle spalle. Stando qui in campagna, e senza mitizzare questa condizione, mi accorgo che le persone in apparenza più umili sono anche quelle più attente a valorizzare anche le cose minuscole. Se c’è una cosa che questa disgrazia ci ha sbattuto addosso è che quella hubris che abbiamo perseguito per decenni sarebbe proprio l’ora di lasciarla perdere e godere di cose piccole, poi, piccole fino a un certo punto. La mia amata Szymborska parlava di “disperato incanto”, e la sento molto vicina in questo. Qui da me ho piantato tre ettari di bosco che, poiché siamo in laguna e sotto c’è l’acqua, in 20 anni sono diventati querce, sughere, frassini danteschi. Questa cosa mi fa venire in mente il libro L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono nel quale c’è un uomo che, dopo la Seconda guerra mondiale, di fronte all’immane tragedia, decide di piantare milioni di querce in tutta la Francia. Vedere un bosco che cresce è una bellissima lezione per abbassare un filino la cresta».

Fossati, Paolo Conte, De Gregori, Jannacci e altri: come mai ha incluso tra i poeti anche molti cantautori?
«Ho lavorato tanto con musicisti colti, ma amo molto le canzonette, come diceva Jannacci. Questo libro è un omaggio all’Italia e tra le sue bellezze ci sono anche i testi di alcune canzoni. Una che ho inserito e che mi è particolarmente cara, avendo abitato a lungo a Milano, è Quella cosa in Lombardia scritta dal poeta Franco Fortini e cantata da Jannacci e Laura Betti. Ha un testo meraviglioso».

Per accompagnare la fotografia di Maki Galimberti fatta la scorsa primavera nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Rozzano, lei ha scelto una poesia di Pasternak intitolata All’ospedale, dove un malato dice: «O Signore, come sono perfette le tue azioni!». È possibile rendere un grazie, nonostante tutto?
«La mia raccolta Il mondo sia lodato era un sermo humilis, un canto di gratitudine “nonostante”, che è la parola chiave: nonostante il dolore, l’ingiustizia e stupidità che ora stiamo vedendo in grande quantità. È un sentimento, quello della gratitudine, che si sta molto perdendo, come anche l’umiltà. Non mi riferisco alla melassa e alla pappa nel cuore della prima ondata – che bellezza stare da soli, che bella la solitudine – che è poi scomparsa nella seconda. Anche da quello bisogna prendere le distanze. Ma se c’è una cosa che avremmo dovuto capire, se non come Paese spero almeno singolarmente, è che non si può mettere le pezze e rincominciare come prima. Non sono tra quelli che pensano che il dolore sia una meraviglia, ma credo che le botte in testa dovrebbero un po’ risvegliarci e farci aggiustare la linea».

Lei prega?
«Non nel senso classico del termine. Una volta andai alla trasmissione radiofonica della Rai Uomini e profeti e c’era con me un teologo Paolo De Benedetti. Quando la conduttrice ci presentò disse: “Oggi abbiamo un teologo e un agnostico”, ma De Benedetti precisò e mi definì un “dubitante”. Io mi ci ritrovo molto in questa figura».

Avete scelto prima i testi o le immagini?
«I testi, che ho pescato dalle mie passioni, perché questo non è un canone, anzi il suo contrario».

È un buon periodo questo per la poesia?
«Intanto, la poesia fa quello che le pare. La poesia non deve stare con l’orecchio appizzato aspettando che qualcosa arrivi, perché non è detto che accada».

È cambiata molto la sua vita in questi ultimi mesi?
«Non un granché, faccio le mie passeggiate col cane, vado a fare la spesa, se voglio guardo le nuvole. Passo parecchio tempo da solo, ma mi piace moltissimo anche lavorare con gli altri, anche perché sono convinto che solo le persone che sanno stare da sole sappiano poi anche stare bene con gli altri».

Che cosa riesce a cogliere la poesia, che altre arti non colgono?
«Penso che la poesia sia la forma più alta di espressione letteraria. Anzi oggi più che mai dovrebbe essere considerata “la” forma letteraria del nostro tempo per la sua sinteticità e la sua rapsodicità. Mentre il romanzo è più adatto a una società gerarchizzata e più lenta, ottocentesca, nella poesia dovremmo trovarci di più perché in quel brevissimo spazio di tempo produce un’accelerazione mentale intensissima. E poi, quando la letteratura è grande se ne infischia del tempo in cui è stata scritta. Come disse George Steiner: “Sono più i classici a leggere noi, che non noi a leggere i classici”. Se legge dei versi di Penna, quelli valgono sempre. Giuseppe Conte potrà anche andare sotto in Parlamento, ma Enea rimane: parla a noi oggi molto più di qualunque editoriale di giornale».

Qual è la poesia che lei sente più vera e vicina?
«Io sono per una poesia per tutti. Lo sforzo devo farlo io, dentro di me, come fosse un distillato. Il mio compito è andare giù fino in fondo per cercare quella piccola perlina che, quando l’ho trovata, devo pulire molto bene perché sia visibile a tutti. Per arrivare a una scrittura tersa, pulita e non inutilmente complicata si fa una fatica immensa. Prendiamo i miei due amati Penna e Caproni: i loro versi sono comprensibilissimi, anche se poi ci saranno vari livelli di comprensione. Per arrivare a quello, hanno fatto una fatica grandissima, non sono puttanate venute in mente a qualcuno che poi ci ha fatto un tweet. Pensi ai versi di Caproni che ho messo proprio alla fine del libro: “Tutti i luoghi che ho visto, che ho visitato, / ora so – ne son certo: / non ci sono mai stato”. Non sono vertiginosi? Si capiscono immediatamente, ma se ci si ferma un attimo viene il capogiro».