Ottavio e Rosita Missoni nel 1994. Si sono incontrati a Londra nel ’48 e sposati nel ’53
Ottavio Missoni (1953-2013) nel suo studio nel 1990
F
inalista dei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi di Londra del 1948
Primo sui 400 metri a Firenze nel 1947
Nel 1982 con la moglie Rosita, oggi 90 anni

Questo articolo è pubblicato sul numero 7 di Vanity Fair in edicola fino al 16 febbraio 2021

Sport, amore e fantasia. Magari a righe. Ottavio Missoni sapeva che non si smette mai di vivere, e di scavalcare ostacoli. Avrebbe un secolo il Tai, suo diminutivo. E non ci vuole la sua fantasia per immaginare che oggi si allenerebbe ancora nel suo giardino di Sumirago. Tra ortensie e camelie. «Odio la palestra, preferisco zappare, così rafforzo le braccia e faccio movimento». Ci sono tipi sportivi: per fisico, cuore e testa. Capaci di giocare con sé stessi, con gli altri, con il mondo. L’atletica l’aveva cucita addosso, partecipava ai campionati Master nel lancio del peso, del giavellotto, e anche nel nuoto. Era tenero nel consolare (e incoraggiare) le ragazze che gli chiedevano: perché non vinco mai? Scherzava sulle sue iscrizioni alle gare: «Controllo i necrologi e vado dove c’è minor concorrenza». Era ironico anche sulle brutte disavventure: «Quando sono venuti i ladri a casa e mi hanno sequestrato, l’unico rimpianto è stato non poter vedere l’incontro di Coppa Davis tra Edberg e Becker». Sempre molto lucido. «Come fanno i giovani a imparare a scuola, se le ore di educazione fisica sono solo due. E più i ragazzi sono scarsi, più chiedono l’esonero dalla ginnastica. Una volta la nostra società, anche con i circoli, riusciva a setacciare talenti e a crescere campioni. Oggi nelle serie minori gioca gente che ha 30 anni, ma la gioventù dov’è?». E sarcastico sui vizi. «Da noi non c’è mentalità sportiva, né rispetto dell’avversario, si colpisce quando il guardialinee non vede. Ai miei tempi si era duri, ma in maniera più diretta, c’era un giocatore, Sessa, della Triestina, che sui corner andava direttamente sulla testa degli avversari». Anche le critiche erano giuste. «A Sumirago finanziavo una buona squadra di pallavolo femminile. Un giorno sono venuti a dirmi che dovevano prendere una straniera adulta, alta 2 metri. Non aveva senso. Io volevo che giocassero le ragazze, le adolescenti, le juniores. Mi hanno risposto che bisognava fare spettacolo. Ma per quello si andava a vedere Wanda Osiris».

Conosceva lo sport: ci era cresciuto e lo amava. Grazie anche a un fisico straordinario. Già da ragazzo a Zara frequenta tutte le discipline, ma i suoi idoli sono quelli della boxe, il gigante Carnera, Cleto Locatelli che affronterà Marcel Cerdan, non ancora amante della Piaf. Tai si trasferisce a Milano. E nel ’37, all’Arena, sui 400 piani batte tutti, anche un campione americano, e il suo 48”8 è ancora oggi tra le migliori prestazioni italiane di un sedicenne. Nel ’41 nel decathlon gareggia da solo: «Ero da record italiano». A Torino si allena con la Juve di Foni e Rava e a Trieste con la squadra di Nereo Rocco. Promette molto, ma la guerra è una brutta avversaria. Ottavio parte nel ’42 con destinazione Nord Africa, la sua El Alamein dura 24 ore, una notte si ripara in una buca e viene fatto prigioniero, passa quattro anni in Egitto «ospite di Sua Maestà britannica». Non sono buone condizioni per chi deve nutrire i muscoli. Quando torna in Italia e in pista rivince. Per Gianni Brera è un figlio di Apollo, «allampanato come Don Chisciotte», per Lucia Bosè «un angelo bellissimo». Si aggiudica sette titoli italiani. A 27 anni va ai Giochi di Londra nel ’48. «Ero alto e magro da far spavento, la guerra ci aveva rubato due Olimpiadi. Ma in quel momento contava solo essere sopravvissuti. In finale arrivai sesto, ultimo. Mio padre mi rimproverò, ma io ero stanco, poco preparato, avevo fatto solo 11 gare. E la prigionia non era stata una vacanza. In più allora non si faceva preparazione invernale, non c’erano le diete, e nemmeno i pesi in palestra, si correva giusto qualche campestre. Ma ci togliemmo la soddisfazione di eliminare nella 4×400 gli inglesi a casa loro, peccato che poi il nostro Rocca, in prima frazione, si strappò, niente finale». Tai non perde il coraggio e la visione. «Ho capito cosa sarebbe stata la mia vita: affrontare con uno stile fluido e leggero tutto quello che incontravo».

Tra gli spettatori allo stadio di Wembley c’è anche Rosita Jelmini che non ha ancora 17 anni. «Ero a Londra dalle suore, a Hampstead, perché il liceo linguistico dove studiavo prevedeva uno stage all’estero. E le suore ci portarono allo stadio. Quando Ottavio vinse la sua batteria, io ero seduta proprio sopra il tunnel dove passavano gli atleti. Era bello, con gambe lunghissime, molto ammirato anche dalle mie compagne». La domenica dopo c’è una gita in treno a Brighton e sulla strada un appuntamento a Piccadilly Circus dove ci sono Missoni e Tosi, il corazziere romano, argento nel disco. «Ottavio, in pantaloni di flanella, era elegantissimo nella sua divisa olimpica. Però aveva dieci anni più di me, accidenti mi era sembrato molto giovane, ero preoccupata. Io gli davo del lei, lui del tu». Rosita torna a casa, a Golasecca, dove la sua famiglia ha una fabbrica di vestaglie e di tessuti ricamati, ma non dimentica quell’incontro e per il suo compleanno invita quel giovanotto alto e magro. Missoni si presenta, firma il quaderno degli invitati, e fa un disegno. Nel ’53 si sposano. Lo sport fa parte del triangolo. Nel 1967 presentano la loro collezione estiva a Milano alla Piscina Solari in una sfilata acquatica con poltrone gonfiabili e mobili galleggianti e trasparenti. Nel ’71, a Cortina, firmano una collezione femminile après-ski. Nel ’90, per l’inaugurazione dei Mondiali di calcio allo stadio di San Siro interpretano con i loro vestiti il continente africano, nel ’94 per la chiusura dei Mondiali di nuoto disegnano i costumi per «Sport in Danza» e nel 2003 per il tour Aeros. Ma Tai ha ancora molto da raccontare, il suo non è un secolo breve: a 90 anni, nel 2011, pubblica il libro Ottavio Missoni: una vita sul filo di lana, l’autobiografia di un uomo che corre con stile, ma anche di uno stilista che cammina in un’eleganza colorata e scanzonata. Ha idee precise anche su come dovessero essere le maglie delle squadre di calcio. «Meglio le casacche di cotone, non capisco i collettini appiccicati, mi piace lo scollo tondo oppure a V, i colori sono un sentimento, non vanno cambiati, io preferisco quelli squillanti: i rossi, gli azzurri, anche il fucsia, non vedo molto le tonalità delicate, come si fa a tifare per i lilla, per i grigi? Ma quelle che mi piacciono di più sono le maglie a righe orizzontali». Già, le righe. Le sue righe. Quelle di una vita. Prova anche ad applicarsi, su suggerimento del conte Rognoni, fondatore del Cesena, ma il progetto non va avanti. Dove c’era grande sport incontravi Missoni che si metteva al posto dell’atleta in campo. «Ero a Città del Messico nel ’68 e per la prima volta nell’alto vidi Fosbury saltare di schiena, bravo, ma se non inventavano i materassi quello stile lì se lo sognava. Cadere sulla sabbia, come si faceva ai miei tempi, spezzava la schiena. Allora il nostro mito era l’americano Osborne, che usava il ventrale. In Messico nel triplo vidi anche Gentile, non ci voleva Pasolini per capire che aveva un volto da tragedia greca».
Tai guardava sempre avanti. Nello schizzo che fece a Rosita il giorno del suo compleanno Ottavio si disegnò con la tuba, ancora più alto, immaginò il loro matrimonio, figli e nipoti. E mise anche date, l’ultima del 2048. Un secolo dopo la sua Olimpiade. Era così. Scavalcava il futuro.

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